Viaggio sul posto (2020)




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Partire è un po’ morire ma, restare neppure scherza. 

Ho messo la sedia parallela alla finestra, davanti ho il termosifone spento e la parete bianca, alla destra il resto della stanza, guardo verso sinistra, fuori dal vetro. Non riesco a poggiare la testa al finestrino, è troppo distante. Modifico l’ambiente e viaggio sul posto.

Buona domenica. 

Da bambini una o un gruppo di sedie si trasformavano, senza grossi intoppi, in carrozze, automobili di lusso, aerei privati con hostess mozzafiato. O cacciabombardieri.

Poi, da un certo punto, devono essere ergonomiche e garantire una posizione corretta per dare sollievo al nervo sciatico, per sopportare dodici ore di lavoro mal pagato, che poi, la sedia, non è mai veramente comoda.

Alla soglia dei trentacinque anni oggi gioco al treno. Ho bisogno di lentezza. Costruisco odori e rumori nella mia testa. Gli occhi trasformano il paesaggio, pescano tra i luoghi che hanno già̀ visto, li mescolano a quelli che vorrebbero vedere, aggiungono quelli che inventano. Sovrappongono stati d’animo.

Ci sono periodi in cui non posso viaggiare. Sono più̀ o meno lunghi, ne soffro a intensità̀ variabile. In qualche modo devo sostituire. È una pratica infantile: guardare fuori dal finestrino e immaginare storie. 

Sistemo la sedia e non mi importa che non sia comoda e che le mie cosce saranno a strisce. Potrei essere in direzione di Genova, attraverso la Pianura Padana in inverno. Grigio piatto, prepotenti, timidi raggi di sole provano a vincere una lotta estenuante contro le nuvole, un po’ danno, un po’ prendono. Buio e luce.

Dall’odore di umanità̀ a quello del mare. Le stazioni sono delle boccette di profumo che si aprono con le porte del treno. 

Viaggiare è amare.

La fame. La quotidianità̀. Il desiderio di qualcosa di migliore, a volte un semplice metro di paragone necessario per capire che si stava meglio dove si era prima. Il ritorno.

Non si torna mai in un luogo. Sei cambiato tu, è cambiato lui. L’acqua del fiume. Ci sono somiglianze e memorie, non uguaglianze. Se non quella sensazione di casa. Ma cosa è casa? Quante volte, levandoti le scarpe, hai avuto il sospiro del leggero abbandono del ritorno a casa, lontano chilometri da ciò̀ che dovresti definire casa.

Anche il paesaggio invecchia, ha i suoi dolori. Resiste e soccombe.

Cambia la percezione. Penso a quanto mi sembrasse lungo e largo il corridoio della scuola elementare, per scoprirlo piccolo e rapido da percorrere durante la scuola superiore. Punti di vista.

Le giornate allungate della primavera allontanano la percezione invernale. Il grigio resiste e il sole per oggi si è già̀ arreso.

Le fotografie le invento, a volte mi metto in piedi e scatto davvero. A qualcuno i tetti di fronte sembrano Parigi. Io rivendico l’appartenenza milanese. Milano non ha bisogno di sembrare altro per essere bella.

Si viaggia per quando si sta fermi.

Da fuori arrivano le voci, sono nello scompartimento al centro del vagone. Ascolto, ma non vedo. Sono voci familiari, come quelle dei pendolari. Estranei consueti. Dei miei condomini conosco il suono delle parole, certe abitudini. A pochi so attribuire un corpo. Come se la radio fosse accesa. Ascolto la conversazione due scompartimenti in là.

I finestrini sono schermi da sempre, dai viaggi in automobile con i miei genitori nel mese di agosto ai brevi tragitti in metropolitana. Vetro in movimento.

I pendolari sono viaggiatori quotidiani lungo una retta sempre uguale, avanti e indietro da A a B, per tornare ad A a fine giornata. Ma non è mai uguale.

C’è chi va, ma resterebbe volentieri; c’è chi farebbe l’esatto opposto. C’è chi si avvicina.

Al netto dei monumenti, del cibo, del paesaggio, degli incontri, ci sono lo stato d’animo, i pensieri, le riflessioni, il tragitto interiore. Se sei stato bravo prosegui il viaggio anche quando è finito, senza sforzo fisico. Il cammino di Santiago è un sogno, ma la pigrizia non mi sostiene. Ho quindi cercato declinazioni del cammino in cui dividersi i compiti: io penso, qualcosa va.

Però a Santiago de Compostela ci sono stata. L’emozione riaffiora ogni otto dicembre, come gli anniversari che non si rimuovono. L’odore di incenso e quello d’erba. La commozione dei pellegrini al loro arrivo alla meta, quando la gioia è tale che la fatica non la si sente.

Pellegrino è chi si reca a piedi, o con mezzi di fortuna in un luogo sacro. Un viaggio lento, faticoso, a volte pericoloso, durante il quale incontri e solitudine ti spingono a scavare all’interno e a spingere all’esterno. Andare oltre, proseguire dentro e fuori. E non è detto che la meta non sia un nuovo principio, che ti porti più̀ distante dal punto di partenza, a un arrivo che non puoi prevedere. Forse spinto da un banale desiderio di benessere. Cosa sia bene chi può̀ dirlo.
Chi è pellegrino oggi che la meta non è più̀ Roma? Quale luogo è sacro? E per chi? 

Non è sacro pretendere che il lavoro sia degnamente retribuito? Non è sacro scappare dalla fame? Non è sacro ripudiare la guerra e chiedere asilo politico? Non è sacro potere fare il mestiere per il quale si ha studiato? Non è sacro potere scegliere chi amare fino a stringerne la mano sul letto di morte? Non è sacro essere liberi di credere in qualcosa?
Abbiamo tutti bisogno di credere in qualcosa. 

Non siamo tutti pellegrini?

Milano, aprile 2017